Renata Boero

Renata Boero nasce a Genova nel dicembre del 1936, trascorre l’infanzia a Torino, poi si trasferisce in Svizzera, dove compie studi umanistici a indirizzo junghiano. Tornata nel capoluogo ligure, conosce Emilio Scanavino. È un incontro importante che la spinge ad iscriversi al Liceo Artistico N. Barabino nel quale, dal 1952, il pittore era titolare della cattedra di disegno e figura. La formazione con Scanavino contribuisce notevolmente all’evoluzione del suo percorso artistico. In un’intervista con Maria Perosino racconta: “Si è cominciato a discutere del perché facevo certe cose, del senso che queste potevano avere e dunque a ragionare su di esse. Il segno ha cominciato a diventare interprete cosciente di qualcosa che volevo veicolare, di informazioni diverse che andavano oltre il puro piacere del fare. Mi concentravo sul segno, che da morbido si è fatto via via più elettrico, scattante” 1.

Di come e quanto l’artista genovese abbia influito sulla sua opera, la Boero ricorda la capacità di formalizzare un’idea sul foglio appena questa nasce. Una sorta di strana tensione che trasmette rapidità al gesto. È “lo scavare all’interno delle immagini” che la fa sentire vicina al mondo di Scanavino, grazie al quale comprende l’importanza del risultato e il modo in cui questo è percepito.

Durante gli anni di studio si reca a Cervo dove vince il premio di pittura estemporanea e incontra Felice Casorati.

“Abbiamo parlato un po’ e lui mi suggerì di mandare il lavoro alla Quadriennale di Roma, dove il quadro fu, in effetti, selezio-nato ed esposto, nel 1959. È stato importante perché per la prima volta mi sono accorta che il lavoro, fino ad allora percepito come qualcosa di esclusivamente intimo, poteva andare anche in un’altra direzione. Si spostava da me ed entrava in un altro spazio. Da lì inizia un lavoro più mentale, più elaborato, meno istintivo” 2.

Terminati gli studi, inizia un intenso periodo di sperimentazione in cui la ricerca verte principalmente sul rapporto tra segno e colore, sulla loro possibilità di mostrare un legame con la natura e, allo stesso tempo, la loro capacità di rappresentarla; inizialmente utilizza la pittura a olio che decide poi di abbandonare per passare alla plastica liscia. Renata Boero continua a lavorare “sulla natura” e “non ancora con la natura” 3, fino a quando compie un’esperien-za determinante per gli sviluppi del suo linguaggio artistico.

Dal 1960 al 1964, infatti, lavora come assistente di Caterina Marcenaro, direttrice del Museo Palazzo Rosso a Ge-nova. È di quegli anni l’attività di restauro svolta in collaborazione con la Soprintendenza di Genova che la porta a “vivere l’opera in modo diverso, più avvolgente” 4, il rapporto con il dipinto è diretto, analizza i materiali, la loro evoluzione nel tempo, osserva le tele che, in occasione del restauro, vengono private dei telai e delle cornici. Da qui prende avvio l’idea che la tela, per dialogare con lo spazio, deve essere libera dal telaio, elemento che impedirebbe anche la continuità dell’opera nel tempo: “ogni lavoro”, racconta Renata, “è frammento di un lavoro infinito”, idea sostenuta da Jacques Lepage che in seguito alla loro conoscenza, sul finire degli anni Sessanta, la inserisce nel dibattito culturale dell’epoca sul concetto di “tela libera”.

Proprio durante il restauro di un antico Telero realizzato con “succhi d’erba” che inizia un appassionante lavoro di documentazione sulle sostanze naturali e, attraverso la lettura del Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, sugli aspetti simbolici attribuiti ai colori.

Conclusa l’esperienza a Palazzo Rosso inizierà la docenza al Liceo sperimentale N. Barabino sino alla chiamata negli anni Ottanta da parte di Luigi Veronesi a sostituirlo nell’insegnamento di Cromatologia alla NABA di Milano.

Nel 1986 le verrà offerta la cattedra di pittura all’Accademia di Brera, apre lo studio in Via Borsieri e si stabilirà definitivamente a Milano.

Superata ormai l’idea di un lavoro istintivo, volto alla rappresentazione del dato naturale, comincia la ricerca di radici ed erbe che possano alchemicamente e tautologicamente rappresentarlo attraverso i ritmi e le trasformazioni dei materiali impiegati che racchiudono in sé l’idea di evoluzione temporale: nascono così i Cromogrammi.

Renata Boero comincia così ad utilizzare un “materiale cromatico” composto da elementi vegetali e naturali, studia le trasformazioni chimiche e i loro cambiamenti nel tempo, limitando il suo intervento alla durata di immersione dei colori e alle piegature delle tele. Il senso del ritmo che caratterizza i Cromogrammi riconduce alla sequenza che si distingue in alcuni esempi dell’antichità: “Mi interessavano l’Antelami, Fidia, i mosaici di Ravenna. Ho capito più tardi che quello che mi affascinava in queste opere era l’idea di un ritmo, che poi ho trasposto nei Cromogrammi 5, che verranno visti per la prima volta nel 1970 nella Galleria Martano di Torino.

Un’idea del procedimento con il quale vengono realizzati, è resa dalla sequenza tratta da un video per Ipotesi 80, a cura di Maurizio Fagiolo dell’Arco (Bari, 1977) in cui i colori, ottenuti dall’ebollizione di sostanze vegetali, vengo-no colati sulla tela piegata in un assorbirsi che è in continuo divenire 6.

Pietro Favari descrive così il processo creativo ed il risultato che ne consegue: “Le opere di Renata Boero […] si caratterizzano per l’equilibrio tra la qualità estetica dell’oggetto finito e l’importanza del processo operativo che le ha determinate e di cui è protagonista il colore, o meglio la tinta, che l’artista ottiene con la ricerca delle materie prime (erbe, radici, terra) e la loro successiva manipolazione e cottura. La tinta cosi realizzata viene utilizzata nella pienezza sensuale della propria potenzialità espressiva: odori delle erbe, variazioni cromatiche, grumi di materia, striature e incidenze che si verificano durante la stesura sulla tela grezza piegata. Oltre alla intensa suggestione visiva, il risultato e' una sorta di analisi antropologica del fare pittura, come recupero globale, provocatoriamente primordiale, della pratica pittorica, intesa quasi come atto magico” 7.

Generalmente i formati delle tele sono grandi. Nel 1976 ne realizza una di venti metri per l’installazione ai Cantieri Navali Baglietto di Varazze, un’opera che viene collocata sulla spiaggia vicino al mare come ad instaurare un dia-logo con la natura della quale si compone.

Nel 1974, mentre continua a lavorare sui Cromogrammi, dà avvio anche alla serie degli Specchi, opere in cui scopre “l’energia del gesto” e allo stesso tempo sente la necessità di creare un “fermo immagine”. Uno degli Specchi viene esposto per la prima volta nel 1978 all’International Cultureel Centrum di Anversa, e con questa serie, che si pro-trae per circa un decennio, è invitata alla Biennale di Venezia del 1982 dove espone Specchio Z (1982), tre tele con colori vegetali di cm. 350 x 250 ciascuna, in cui Luciano Caramel individua una sorta di “visionarietà materica” 8. Filiberto Menna, in occasione della personale alla Galleria Polena di Genova nel 1981 scrive a proposito della sua ultima produzione: “Alle due dimensioni dominanti della sua pittura precedente -l’orizzontale e la verticale-, dimensioni che si attestano sempre sulla superficie e ne enfatizzano la tessitura cromatica e materica, Renata Boero sostituisce ora un campo pittorico totale in cui si perdono le abituali coordinate spaziali dell’alto e del basso, della sinistra e della destra, della superficie e della profondi-tà: le forme, finalmente libere da argini e contorni, si espandono con forza sulla tela, nascono e si sviluppano seguendo una loro logica interna e si arrestano in un punto non prestabilito, là dove termina l’energia del gesto e le quantità del colore” 9.

Nel 1985 inizia la serie dei Blu di legno, opere che nascono da una scoperta casuale; una radice di colore terroso durante l’essiccazione si trasforma in un blu scuro: “Ancora una volta è stato un materiale a suggerirmi come procedere. Il blu di legno è cominciato a diventare predominante e misterioso. Anche più architettonico. L’energia non si allargava più nello spazio, entrava in un luogo più strutturato e più spirituale, un’architettura cosmica” 10.

Con il passare del tempo la predominante carica energica, riscontrabile nei Blu di legno, comincia pian piano ad attenuarsi ed a racchiudersi in ambienti definiti, “strutturati”, in forme ampie che dominano lo spazio della tela originando così le serie delle Architetture e degli Enigmi. Saranno questi, insieme ai lavori precedenti, ad essere espo-sti nel 1988 presso i Musei Civici di Monza in occasione della mostra personale curata dall’allora direttore Paolo Biscottini. Così come, quattro anni più tardi, nel 1992, presso la Casa del Mantegna a Mantova, in cui attraverso ogni sala viene ripercorsa tutta la sua evoluzione artistica: Stanza dei Cromogrammi, 1970-75, Stanza dei Blu di legno, 1987-91,Stanza degli enigmi, 1988-91, Stanza delle architetture, 1989-91, Stanza degli specchi, 1978-81 ed infine Stanza dei disegni, 1990 11.

Sempre nel 1992 realizza I presenti di Gibellina, un arazzo con tela e gommapiuma, cucito con l’aiuto delle donne gibellinesi, che rappresenta la pianta della cittadina siciliana dopo la ricostruzione avvenuta in seguito al devastante terremoto del 1968. L’anno seguente (1993), l’opera viene esposta nel Padiglione Italiano della 45ª Biennale d’Arte di Venezia, nella sezione Transiticurata da Achille Bonito Oliva.

Nel 1995 compie un viaggio in Africa, tappa importante che contribuisce ad arricchire il suo linguaggio artistico con la realizzazione dei Crani, i volti scuri che caratterizzano la popolazione e che nella notte, racconta, si confon-dono con il buio tanto da faticare a percepirli se non per il chiarore dei loro grandi occhi. Da questa esperienza vie-ne pubblicato il libro Africa, con immagini di Renata Boero, introduzione di Paolo Fossati e alcuni versi di Charles Carrère (Editrice Eidos, Mirano-Venezia, 1999), presentato quell’anno in occasione della Fiera del Libro di Torino. Nel 1999 è presente alla XIII Quadriennale di Roma dove, oltre alla partecipazione del 1959-60, aveva partecipato anche alla XI edizione del 1986.

Nel 2005 viene invitata dall’Università di San Diego, in California, per svolgere un corso sulla sua esperienza ar-tistica e si dedica all’acquerello, tecnica con la quale inaugura la serie degli Acquerelli di San Diego, che presenta in occasione della mostra Borderline.

Nel 2007 è presente nei musei: Mestna Galerija di Nova Gorica e Umetnostna Galerija di Maribor con la mostra Cromogrammi curata da Luca Beatrice.

Dello stesso anno la personale presso la galleria Cardelli &Fontana a Sarzana.

Dell’anno successivo, 2008, la partecipazione alla mostra The Bearable Lightness of Being - The Metaphor of the Space (La Sostenibile Leggerezza dell’Essere – La Metafora dello Spazio) a cura di Davide Di Maggio e Lóránd Hegyi, esposizione inserita nell’ambito degli eventi collaterale della 11ª Biennale Internazionale di Architettura, seguita dalla personale al Museo Nazionale della Storia e Cultura di Minsk, Bielorussia.

Sempre nel 2008 realizza l’installazione dal titolo Sequenze, a Sarzana da Cardelli & Fontana, allestita in occasione del V Festival della Mente. È Mario Canepa, collezionista e amico, nel testo Farfalle redatto per l’evento a scrivere: “Renata Boero dunque: i nuovi lavori non sono di certo Cromogrammi, quelli erano degli anni settanta, questi invece sono… Ma come si chiamano questi?
“Ricordati di scriverlo con la lettera kappa!”, mi aveva detto, ma ora il nome me lo sono dimenticato. Mi è rimasto solo questa K, un segno.
I quadri li ricordo, anche se non sono facili da raccontare. Sono più vicini al silenzio, alla pausa più che alla musica, un pren-dere fiato per meglio ricordare…” 12.

L’installazione è composta da alcuni video, dai Kromogrammi e dalla lettera “K”, simbolo che ormai la rappresenta e con il quale ha realizzato una scultura per Villa Mondolfo a Como. Nello stesso anno realizza i video Kour Koum e Prima dell’applauso, quest’ultimo tratto dal libro di Mario Canepa: Prima dell’applauso. Renata Boero, quasi un ritratto, Pesce Editore, Ovada, 2007.

Nel 2009 partecipa alla mostra Venezia Salva. Omaggio a Simone Weil, evento collaterale della 53ª Biennale d’Arte, organizzato per celebrare il centenario della nascita della filosofa francese, occasione in cui viene chiesto alle artiste partecipanti di creare un’opera-cahier originale. Renata Boero realizza un libro d’artista in cui le pagine documentano i suoi ultimi lavori: le Germinazioni.

Sono una variante dei primi Cromogrammi e dimostrano quanto ancora attuale sia l’affermazione fatta nel 1997 dall’amico e storico dell’arte Paolo Fossati (che più volte ha scritto sulla sua opera): “[…] risulta non essere in torto l’enfasi di chi si dà a scrivere che i Cromogrammi, fondamentali fin dagli inizi, restano una chiave di lettura decisiva di tutta l’opera della Boero, la ragione sottile della attività che sviluppa nel ventennio successivo” 13.

Negli anni 2010 e 2011 un lungo ciclo di mostre in Argentina impegna l’artista negli spazi della Hall Central del Pabellón Argentina - Ciudad Universitaria UNC Córdoba, del Museo Provincial de Bellas Artes “Arias Rengel”-Salta, Museo Provincial de Bellas Artes “Timoteo Navarro”- San Miguel de Tucumán e Museo de Bellas Artes di Rio Cuarto.

Raccontare, raccontarsi. Conversazione con Maria Perosino. Gennaio 1996, in Paolo Fossati, Renata Boero, con un contributo di Maria Perosino, Artisti contemporanei, collana a cura di Giulio Guberti, Edizioni Essegi, Ravenna, 1997, p. 50.

2 Raccontare, raccontarsi. Conversazione con Maria Perosino. Gennaio 1996, cit., p. 49.

3 Ivi, p. 50.

4 Ivi, p. 53.

5 Ivi, p. 50.

6 Si veda: Paolo Fossati, Renata Boero, cit., pp. 42-47.

7 Pietro Favari, Renata Boero, in «La Repubblica», 27 marzo 1977.

8 Luciano Caramel, in La Biennale di Venezia. Settore Arti Visive. Catalogo generale 1982, Edizioni «La Biennale di Venezia», Venezia, 1982, pp. 130, 141.

9 Filiberto Menna, in Figure dallo sfondo, catalogo della mostra, a cura di Marilena Pasquali (Ferrara, Padiglione d’arte contemporanea, 26 febbraio - 25 marzo 1984), Grafis Edizioni, Bologna, 1984, p. 104.

10 .Raccontare, raccontarsi. Conversazione con Maria Perosino. Gennaio 1996, cit., p. 57.

11 Renata Boero, catalogo della mostra, con scritti di Marisa Vescovo, Silvia Vegetti Finzi, Martina Corgnati e Tommaso Trini, Mantova, Casa del Mantegna, 15 febbraio – 15 marzo 1992, p. 47.

12 Mario Canepa, Farfalle, Sequenze, V Festival della Mente, Galleria Cardelli & Fontana, Sarzana, 2008.

13 Paolo Fossati, La stanza accanto, in Id., Renata Boero, cit., p. 20.